Distretti Fermo e Ascoli in profonda crisi. Ma Confindustria non vuole cambiare scelte Governi precedenti, solo riforme..

 

Il distretto calzaturiero fermano , che era il più grande d’Europa , ha perso 7 mila posti di lavoro e 300 aziende dal 2010 ad oggi. E ora ha chiesto per tramite delle istituzioni locali e della Regione Marche i sostegni ministeriali previsti per le aree in crisi complessa ( come  il Piceno). La zona industriale dell’Ascolano è in profondo rosso da almeno 20 anni, e continua a perdere sia occupati ( adesso sono 30 mila i senza lavoro ) che grandi e piccole realtà ogni settimana ( per non parlare dell’indotto commerciale e dei servizi). Perfino l’export delle imprese locali e marchigiane stenta molto, rispetto alla crescita forte registrata a livello nazionale. Eppure, in questo quadro desolante,  i vertici di Confindustria Centro Adriatico (Ascoli e Fermo) hanno chiesto che vengano mantenute “le cose buone fatte fino ad ora”, che “si continui sulla strada delle riforme” ( ma quali ?) e soprattutto che il Job Act non sia buttato all’aria, perché come ha sostenuto il presidente Simone Mariani, “ha aiutato a favorire molte assunzioni stabili e non”. E’ accaduto nel corso dell’assemblea degli industriali riuniti dei due territori, che si è svolta non per caso al teatro dell’Aquila di Fermo. Naturalmente Mariani ha chiesto anche a Vincenzo Boccia, presidente nazionale di Confindustria presente allo storico incontro, e quindi anche al nuovo Governo giallovederde di “liberare le aziende dalla catene della burocrazia”. Tanto più nelle zone del sisma, dove “ 5 interventi legislativi e 56 ordinanze” non hanno certo aiutato le attività economiche a superare il trauma e gli effetti del terremoto. Ma la burocrazia italiana, si sa è quella che è, e da tempo non solo gli industriali ma tutte le categorie chiedono semplificazioni. Epperò se adesso, potrebbe esserci un Governo diverso dagli altri, che almeno promette un possibile cambiamento, sembra che gli imprenditori del sud delle Marche non ne siano così entusiasti. Specie quelli ascolani, perché quelli fermani per bocca del vicepresidente di Confindustria Centro Adriatico, Giampietro Melchiorri si sono limitati a dire che “la ripresa non si vede” e che “siamo stanchi di resistere, ed ora occorre reagire.” Fuori dal teatro intanto, piccoli produttori calzaturieri ribadivano sconsolati prima della kermesse della riunificazione, che “se non c’è una svolta imprenditoriale a breve il distretto chiude”. Insomma,  tutti gli operatori vogliono il cambiamento, ma non si sa bene di quale tipo. E soprattutto un cambiamento che non ci isoli dal resto del continente , perchè come ha detto Boccia prima dell’assemblea, “noi siamo cittadini europei, di nazionalità italiana..” E non importa se poi, come ha sottolineato in maniera chiara e netta nel suo intervento pubblico  il presidente nazionale di Confindustria Moda, Claudio Marenzi, “è la Germania che boicotta a Bruxelles l’etichettatura dei nostri prodotti”. O che le sanzioni alla Russia, non certo ostacolate dai governi Renzi e dintorni ( e invece sempre criticate dai fermani), stanno dando il colpo di grazia a molte aziende calzaturiere fermane e maceratesi, che su quei mercati avevano trovato gli sbocchi necessari per superare la crisi. Sanzioni che forse  il nuovo Governo gialloverde punta a ridiscudere, proprio nell’interesse nazionale, a iniziare da quelle delle imprese stesse. Non importa tutto questo. Perché l’importante , per buona parte degli industriali locali, è cambiare qualcosa, ma non molto, di quanto fatto finora. A cominciare dalla legislazione sul lavoro.  Se poi, per mancanza di reddito, i consumi languono,  pazienza..

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