Pd San Benedetto : “Rinnovarsi veramente e ripartire dal lavoro”

Dall’Unione Comunale del Partito Democratico di San Benedetto riceviamo e volentieri pubblichiamo come contributo al dibattito politico :

San Benedetto del T. (Ap).- “Una volta si faceva l’analisi del voto, oggi pare che anche la semplice lettura dei risultati elettorali non interessi più la politica né l’informazione. I numeri parlano del 40% di elettori che hanno disertato le urne, un vero e proprio partito di maggioranza che si sente estraneo al sistema democratico. E non è vero che la maggioranza di quelli che ci sono andati, ha votato a destra.

Vero è che con 12 milioni di voti la destra ha conquistato una larga maggioranza parlamentare, quando pochi anni fa ne  servivano 17 o 18 milioni. Ed è capitata una cosa difficile da credere: la destra che si era spaccata su 2 dei 3 governi dell’ultima legislatura, si è presentata unita alle elezioni, mentre i suoi avversari che avevano sostenuto insieme il governo Draghi, si sono presentati divisi, riportando una sconfitta storica. Con un sistema proporzionale si poteva anche fare, ma con questa pessima legge elettorale, a cui abbiamo dato i natali, no, e poi no.

Dopodiché è arrivata la novità assoluta e nello stesso tempo anomala, del segretario nazionale Enrico Letta che da dimissionario restava al suo posto per condurre il partito al congresso. Il Pd si è avviato al Congresso quasi alla cieca. I nomi tanti, le idee ancora poche e confuse con l’aggravante di voler dare spazio ai simpatizzanti anziché agli iscritti, pur sapendo che senza quest’ultimi non si avranno risultati.   Se vogliamo poi analizzare cosa è accaduto all’interno del PD dal giorno successivo alle elezioni, possiamo così sintetizzarlo: niente, non è successo nulla. Anzi è accaduto che il gruppo dirigente del Pd, che peraltro porta il peso di molte sconfitte, si è asserragliato nella sede del Nazareno.

Perché tanta attesa? Perché questo chiudersi in una bolla di potere? Perché Letta fatto l’annuncio e indossati i panni del traghettatore ha fermato tutto? Perché questa assenza di dibattito e di analisi profonda su quanto accaduto? Perché nel frattempo i dirigenti si sono divisi su ogni cosa come nel caso della manifestazione per la pace, della candidabilità della Moratti o del termovalorizzatore di Roma?

Il problema è che questo gruppo dirigente,che ha fatto il suo tempo tra correnti e piccoli gruppi di potere, ha perso il rapporto con la realtà vera che morde la vita delle persone. Fuori dal Nazareno c’è lo zoccolo duro, gli elettori che ancora resistono. Giovani che hanno a cuore problemi che un partito di sinistra dovrebbe avere a cuore almeno quanto loro. Ma dentro alla sede del PD vediamo persone oramai incapaci di reagire e di costruire un partito rinnovato nelle idee e negli interpreti. lasciando ad un momento successivo la discussione sui nomi. L’altra condizione è che si dia priorità al rinnovamento perché non è credibile la rinascita di un partito condotto dalle medesime persone che hanno avuto una funzione nella sua decadenza.    Quello attuale è un gruppo dirigente non più credibile per intestarsi un azione di profondo e radicale rinnovamento.

Sul programma bisognerebbe innanzitutto smettere di dire che le parole di La Russa sul 25 aprile, le nomine di Durigon e di quel tizio vestito da nazista sono indegne di una Repubblica antifascista. Si,

E’ indifferibile insomma che il PD provi a ricostruirsi, ma servono due condizioni: la prima è che si dia assoluta priorità al programma, alle cose cioè che devono caratterizzare un vero partito di sinistra, 

sono tutte vere ma non basta, dobbiamo al contrario dire cosa vogliamo fare, a chi vogliamo rivolgerci, chi vogliamo rappresentare per trovare la nostra IDENTITA’. Solo dopo si potrà parlare di alleanze.

Per tornare attrattivi dovremmo imparare ad esempio dalla vittoria di “Lula” in Brasile.  Lula insegna che in politica come nella vita è essenziale essere credibili. Lui infatti somiglia alle cose che dice, per questo vince!

E la nostra identità non può che ripartire dal LAVORO, dovremo  tornare  ad essere il  partito del  lavoro in tutte le sue

forme, non solo quello dipendente.  Il partito di chi vuole vivere del proprio lavoro, con dignità.    La nostra agenda deve ancorarsi sul terreno sociale, perché la vera priorità è l’innalzamento dei salari, con i contratti, il salario minimo, la lotta alla precarietà, un fisco giusto e il valore della pace.

Nell’ultima campagna elettorale c’era anche un buon impianto di proposte che in verità superava le timidezze del passato, ma non è stato percepito come tale, anche perché  era “troppo poco e troppo tardi”. Sul lavoro e sull’autonomia differenziata poi non ci possono essere due partiti in uno, perché così la credibilità viene minata.  Oggi siamo dunque sui banchi dell’opposizione e da lì dovremo essere capaci di far capire che facciamo sul serio, che c’è la destra e c’è la sinistra, con la stringente necessità di creare un alternativa a questa destra.

In Italia c’è bisogno di una sinistra plurale, di governo ma che non rinunci alle proprie idee, ai propri valori: pace, solidarietà, uguaglianza, libertà, accoglienza. Una sinistra che dimostri che per governare il mondo bisogna costruire la pace. Il primo sforzo dovrà dunque essere quello di recuperare credibilità e reputazione.

Dalla nascita del PD tante le cose accadute; ci sono state crisi epocali e in più la lotta alle diseguaglianze, così come quella per un nuovo modello sostenibile, non erano nell’identità di quel Pd. Mano a mano poi, le contraddizioni maturate non solo a causa di Renzi ma soprattutto per i tanti troppi anni di governo senza consenso, hanno appannato il nostro profilo di sinistra rendendoci estranei ai bisogni di quelli che si volevano rappresentare. E anche basta col rinunciare a sé stessi per governare il paese: con una debole legittimazione popolare ma sempre in nome del senso di responsabilità nei confronti del paese, il PD ha governato quasi sempre nell’ultimo decennio. Il paese per tutta risposta ha premiato la destra, quella più ideologica e radicale ma che si mostra ad oggi coerente tra intenzioni e azioni.

C’è dunque bisogno di un nuovo Pd con una ritrovata identità: riconoscere alle persone il diritto di volere, di cercare condizioni di vita migliori è un principio portante dell’idea di mondo che una sinistra degna di questo nome dovrebbe voler costruire.

E nel mentre ci sarà da difendersi per non regalare al M5S il patrimonio della sinistra italiana che spesso vive fuori dai partiti e dal partito perché c’è una realtà molto più ricca che non sappiamo attrarre.

Il congelamento di fatto del gruppo dirigente in questa fase transitoria ha prodotto la conferma dei capigruppo alla Camera e al Senato.   Debora Serracchiani e Simona Malpezzi sono le stesse della precedente legislatura, come se nulla fosse successo. Riteniamo che questa scelta non compensi politicamente la parità di genere e il fatto che in percentuale un minor numero di donne siano state elette. 

Sappiamo poi che l’utilizzo del sistema delle pluricandidature, che diverse candidate hanno accettato, aggira l’alternanza di genere. Serve invece mettere in campo un atto di volontà: differenze e militanza, anche se è chiaro a tutti che oggi, ogni discussione nel merito appare sterile con azioni riparatrici tardive e poco sincere.

Quello di Debora Serracchiani e Simona Malpezzi è in conclusione un esempio emblematico in negativo, un errore, ancor più grande di quelli fatti in campagna elettorale. Ma anziché dimettersi restano chiusi dentro, non ci si rinnova e si cerca di conservare quel potere che è rimasto, anche se il bottino è gramo.

Ed è ancora più incomprensibile che si sia aperta una fase costituente con gli stessi dirigenti che hanno determinato la più grande sconfitta storica del Pd nel paese. Il Pd deve tornare ad essere il Partito dei lavoratori, lasciando spazio a chi può fare meglio: questo è il pensiero del partito Democratico di San Benedetto del Tronto che si spera possa contagiare e tutti i Circoli territoriali e quelli che nel livello nazionale sono protagonisti da anni.

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